Da bambina credevo che al mare non piovesse mai. L’acqua c’è già! Non ne serve altra. Una questione di equilibrio, di ripartizione equa tra terra e acqua. Immaginavo che potesse piovere ovunque: sui monti, in pianura, ma al mare, no! Come può esserci acqua sopra e acqua sotto? Non ci sarebbe ordine. È inconcepibile! Eppure è così. Piove anche sul mare. Ho dovuto accettarlo e comprendere che le nuvole in cielo non possono dispensare l’acqua solo sul terreno che ne ha bisogno, ma devono restituire al mare quella che hanno preso in prestito. Sì, il mare è una sorta di istituto di credito che cede l’acqua all’aria per poi vederla restituita e lo fa con la pazienza delle madri e senza pretendere interessi o qualsivoglia garanzia. Il mare è un essere fiducioso e laborioso; talvolta ha un carattere difficile, sa però come farsi perdonare. Il mio anelito di equilibrio è dunque pago e non vedo questa massa d’acqua come una creatura ingorda che, pur avendo molto, vuole dell’altro. È lì, a disposizione di tutti quelli che vogliono annusarne gli odori, sentirne la brezza dell’alba, toccarne i fondali e ritornare in superficie. Riemergere è come venire al mondo perché l’acqua possiede un incredibile potere catartico. Peccato però che rinasciamo sempre nello stesso luogo. Sarebbe meraviglioso potersi immergere e sbucare dall’altro capo della terra. Trovarsi improvvisamente in Australia, in Patagonia, in Alaska e poter iniziare tutto daccapo. Sì, voglio provarci ora. E dove rinasco? Avrò la stessa età o potrei chiedere uno sconto? Posso rinascere e avere gli anni che voglio o addirittura ritrovarmi in fasce? Posso scegliere il carattere dei miei genitori e il numero di fratelli? In questo modo nulla sarebbe affidato al caso, ma tutto sarebbe ordinato e predisposto, finanche le bufere o, forse, quelle no? Agli imprevisti non avevo pensato, lo confesso, e neppure al fatto che si tratta comunque di un viaggio di sola andata, proprio come tutte le altre vite. Sì, cari amici, qualcuno ci ha dato un biglietto di sola andata con tanti porti intermedi. Dobbiamo solo capire in quale ci conviene attraccare e quale dobbiamo ignorare. E io, oggi, voglio raccontarvi dei miei moli e dei miei viaggi.
Molti anni fa, dopo una lunga navigazione, decisi di fermarmi in un meraviglioso porto soleggiato e ignorai la forte bora che stava per sopraggiungere. Il sole mi accarezzava dolcemente la pelle e pensai che i forti raggi mi avrebbero scaldato anche dalla tormenta più burrascosa. Non avevo pensato che a volte il sole si può nascondere dietro le nubi e a nulla valsero i miei pugni stretti o la forza delle mie braccia. Di notte mi ritrovai catapultata su un’imbarcazione con una stiva vuota e le luci spente. Ebbi paura e piansi come una bambina, quella stessa bambina che non capiva perché dovesse piovere sul mare. Perché mai il buio totale? Non bastava la notte? Perché mi veniva negata anche la più flebile luce? All’improvviso un forte fulmine mi permise di raggiungere una cabina con gente che urlava e piangeva disperatamente. Li riconobbi. Alcuni di loro avevano spinto le nubi sul mio sole ma feci finta di non ricordare e restai con loro perché erano più spaventati di me. Ci trascinammo così verso il ponte e non appena gli animi furono sollevati, scegliemmo i nostri prossimi porti. Nel mio c’era un fantastico Carnevale, dove finalmente potevo essere quella che non ero stata fino a quel momento. Il luogo sembrava una sorta di sala prove, dove tutto era ancora possibile. Lo spettacolo però non ebbe luogo e frettolosamente mi imbarcai su un traghetto veloce per cercare quel porto di cui avevo tanto sentito parlare. Non ne ricordo il nome, o forse non l’aveva. Sapevo solo che lì c’era il grande magazzino dei sogni smarriti. Tutti i viaggiatori potevano fermarsi e provare a recuperarli. Io volli fortemente scendere lì e invitai tutti a seguirmi. Molti lo fecero, ma alcuni ci pregarono di fare attenzione perché avevano saputo di persone rimaste per tutta la vita sul molo in attesa di un capitano che permettesse loro di salire a bordo, di altre rimaste incantate a guardare i sogni degli altri rinunciando per sempre alla loro vita, o di altre ancora che non avevano trovato nulla sotto la carta dorata dei fastosi pacchi. Tutte dicerie! Il mio pacco io lo volevo e quindi scesi con altri viaggiatori. All’ingresso del magazzino trovammo scatoloni di tutte le fogge e confezionati a regola d’arte. Il mio era perfetto se non fosse stato per il fatto che aveva molti strati di carta dorata. Passai tutto il giorno ad aprirlo e solo a notte fonda mi accorsi che nel pacco non c’era nulla. Iniziai a pensare che forse avevano ragione i compagni di viaggio. Forse non sarei dovuta scendere lì, ma ormai c’ero e cercavo di capire se fra uno strato di carta e un altro ci fosse un tesoro nascosto. Nulla! La carta era dorata solo all’esterno, mentre all’interno era ruvida e sporca di colla. Come avevano potuto confezionare un pacco in quel modo? Sembrava il migliore del mondo e invece macchiava i vestiti e graffiava le mani. Decisi di non perdermi d’animo e corsi al molo. Cercai di imbarcarmi sulla prima nave, ma stava già salpando. Ne aspettai a lungo un’altra dove mi fu chiesto un sovrapprezzo. Acquistai comunque il biglietto e lo tenni stretto fra le mani durante tutto il viaggio fino al primo porto dove scesi per cercare di prender fiato. La nave non avrebbe ripreso il largo prima dell’indomani. Mi sedetti su una panchina, chiusi gli occhi e iniziai a respirare a pieni polmoni. Sentii urlare il mio nome, ma non mi voltai perché non volevo essere riconosciuta. Una mano si poggiò sulla mia spalla e dovetti aprire gli occhi. Di fronte avevo un uomo alto e corpulento che pronunciò il mio nome chiedendomi di seguirlo. Era un agente di polizia e mi condusse in una caserma dove, dopo avermi fatto accomodare, mi chiese se riconoscevo l’oggetto che mi indicò con la mano. Si trattava del pacco dei sogni perduti. Gli raccontai l’accaduto e mi disse che quel pacco era mio e non potevo disfarmene in quel modo ma che avrei dovuto consegnarlo alla discarica adibita a quel tipo di oggetti. Dovevo riprenderlo con me e cercare il luogo e il modo per liberarmene in maniera corretta. Il pacco divenne così il mio compagno di viaggio e in ogni porto, in cui attraccava la nave da crociera su cui mi ero imbarcata, dovevo mettermi alla ricerca dell’isola verde per il recupero e lo smaltimento di quel pesante fardello. A ogni sosta mi veniva concesso di eliminare solo uno degli strati che avvolgevano il pacco e così persi il conto dei moli e degli strati finché un giorno mi ritrovai fra le mani il solo contenitore. A quel punto capii che potevo facilmente disfarmi di quanto era rimasto, ma mentre pensavo a questo, mi si avvicinò un marinaio che mi chiese se poteva prendere il pacco per poterlo utilizzare. Per cosa? Come? Temevo che il pacco finisse nelle mani sbagliate o, peggio ancora, potesse essere riconsegnato al magazzino dei sogni. Gliene domandai la ragione. Mi spiegò che quel cartone legnoso era molto resistente e avrebbe scaldato qualcuno che aveva bisogno di calore. Potevo fidarmi? Preferii non farlo e volli io stessa dar fuoco a quella struttura vuota e fredda ma non avevo fiammiferi né altro. Ci venne incontro un altro marinaio che era sceso a portar da mangiare a dei cani che vagavano di notte sulle banchine e, così, quella cassa inerme e inutile che aveva reso fredda la parte più genuina di me, servì a scaldare una nidiata di cuccioli e altri cani che stazionavano sul molo. Per un istante, l’ordine era ristabilito. Un istante e subito dopo si udì la sirena della nave che annunciava l’imminente partenza. Dovevo ripartire e quindi abbandonare il temporaneo assetto delle cose. Mi sentii impotente dinanzi al caos dell’universo e, presa dallo sconforto, iniziai a piangere. I marinai che non mi avevano mai visto in quello stato, mi chiesero se stessi male. Certo che stavo male. Come si potevano lasciare lì degli esseri che non avrebbero avuto nulla da mangiare? Mi rassicurarono che l’indomani mattina sarebbe giunta un’altra nave con altri marinai che avrebbero provveduto a sfamarli. E l’amore? Erano forse esenti da questo sentimento. Il marinaio mi asciugò le lacrime e mi disse che avevo fatto quanto era nelle mie possibilità e altrettanto si sarebbero adoperati altri. E se questi ultimi non avessero fatto nulla? Il marinaio mi sorrise e mi disse che non potevo cambiare il corso delle cose ma che ogni qualvolta ne avessi avuto l’opportunità avrei dovuto offrire il mio aiuto.
Quel giorno capii che ogni persona deve dare quel che può. Anche una sola goccia è importante nel mare della vita di un essere e per colmare la siccità di quelli che non ne dispensano neppure una possiamo versarne due e cercare così di riportare l’equilibrio nel mondo delle disparità durante il lungo viaggio della vita.
Oggi al mare piove e so che l’acqua ritornerà presto verso l’alto. Prendo un catino per portarne un po’ dove la terra è grulla, ma non riuscirò a bagnarla tutta. Chi di voi mi dà una mano?
¹⎮titolo liberamente “aspirato” dal blog di Erno