La luna strappata

"Solo l'insonnia consente di sognare l'insperato".

La crème de la vie

Dobbiamo procurarci quel filtro
che screma i microbi del mondo
mentre cerchiamo tracce di dignità
nel fumo di queste stanze
tra le mancanze e le imposte
chiuse su ganci ricurvi,
unica effigie di un’aristocrazia
con stemmi che non si fissano
sulle giacche, ma luccicano
su nomi altrui da attaccare
lungo le nostre anatomie
per ignorare che non siamo
nessuno.
E così ebbri degli ultimi fasti
possiamo salire ancora sulla giostra.
Al filtro penseremo domani.

La baia assolata (Guantanamo)

Al sole stanno
queste arance amare
tra ferro e cielo.
Ai macelli moderni
non spetta il tramonto.

Per un asilo

Proseguo il viaggio
verso mille altre mete.
Esule da me.

Disamore

Non ci sono più tulipani in quel vaso
che ho riposto in fondo all’armadio
a fianco alle rime dei tuoi stornelli
che son le sole a baciarsi al buio e alla luce
nella stanza che ti ha visto attore
in un ruolo malamente interpretato
e con l’incuria per gli umori terminali
di un amore dimenticato in sala d’attesa
senza un codice rosso che ti avverta che sta per morire.
Restano qui i petali vermigli del tuo ricordo
mentre coltivo foglie senza semi
col sollievo dell’inevitabile eutanasia.

Le tue prigioni

Satan, Sin and Death di William Blake (Illustrazione per Paradise Lost di John Milton)

Sterili sono le pressioni sulla rete del lager
che s’inarca come una schiena nell’attesa di uno spasmo
lasciando turgide e intatte le maglie
con cento e mille rombi che attraversano il corpo illeso
per stanare i tumulti partoriti dall’indomito ventre
ora sordo ai richiami dell’Ordine Permanente.
Come un bulino ne usi gli angoli acuti
e riconquisti il paradiso perduto
aggiornando il catalogo dell’oblio,
mentre tendi ancora le estremità delle labbra
per dire a quel volto che forse ti appartiene:
“Io sto bene”.

Metamorfosi

Non trovo alcuna risposta tra le lettere a Lili
dove le lingue che si incontrano non sono le nostre
e i corpi che s’inseguono non sono spettri
su un binario scambiato dal caso
dove ogni disegno si tinge di un altro te,
centauro ed esattore del rischio celato.
Non c’è fragore, di giorno, che mi salvi
su quelle parallele d’acciaio, tracciate
con l’incuria dell’ostinazione,
mentre, di notte, risuonano ancora
le vibrazioni, in questa stanza che, a stento,
si inebria di azzurro.

I Can't Believe

Dissolvenze

Ho appreso il colore dell’evanescenza
nell’obliquità degli alternatori
dei giorni di festa con abiti a lutto
senza nemmeno il neon di un albergo a ore
dove brillano le luci degli spasmi.
Nell’etere di queste mura resta l’aroma
del sogno e del pasto non consumato
con me che guardo un film in francese
cercando di ricordare quello che non capisco
poiché quando il caso gioca con noi
non sincronizza sempre gli orologi
e, mentre l’addome versa stille,
mi accarezzo le ginocchia sbucciate
perché sento ancora le gambe.

Somme

Non mi si addice il mestiere del contabile
con aspri numeri che non danno resto
bensì somme nude di dolori divisibili
per lusinghe di illusioni di gesso che,
con maschera di guscio e consistenza di sabbia,
son scevre di quel nervo idoneo a sorreggere
pilastri di promesse e pareti di parole.
No, non mi appartiene il mestiere del fare i conti
dove alla fine di estinto resta solo
l’anima, mentre mi aggrappo all’espressione,
mai matematica, di un pensiero che,
in me, alberga ancora.

 

Dov’è la poesia?

Dov’è la poesia?
L’avevo vista sedersi fra le pieghe di un verbo straniante.
Era lì che batteva i tacchi mentre piangeva per gli umani
che di umano hanno solo membra con cui lanciare grappoli che mai danno vino;
l’avevo incontrata imbellettata e coperta da rime e ritmo
mentre si disperava per un amore negato, una vita spezzata o mal vissuta.
E ora dov’è? Galleggia forse in un calice o risiede in una bestemmia?
Spoglia di figure le resta solo un drappo di vanità?

Le curve della notte

Se nel sonno ti bacio le ascelle
sento l’umore che evapora
nelle stanze al sole che non hai mai
abitato, tu, alieno, in questo mondo
di carta ingiallita e polvere azzurrina
dove le mie tessere mal combaciano
coi tuoi grafici, ordinati e confezionati
come il regalo sotto quel pino
che non perde aghi.

Sei abile nel tracciare linee,
separare il celeste dal blu,
disporre i numeri in fila indiana
e rendere tutti i poligoni regolari.
Con spigoli anomali
resto io, che non mi curo dei tuoi triangoli,
perché di notte, attraverso il corpo,
sento ancora le curve disordinate
della tua anima.

La poesia

La poesia è una vecchia coraggiosa
che scava nelle viscere ed espelle
le interiora che avvolgono la testa;
è una donna elegante
che ondeggia su carta e tracima dai bordi
di un foglio troppo stretto;
è una fanciulla pensierosa
che agita i capelli e si scopre il volto.
La poesia è un soffione che si sparge nell’aria
di mondi improbabili per poi ridiscendere
coi sogni stretti fra i pugni chiusi.

La follia

La follia è una donna nuda che cammina per strada,
che vede prati al di là della finestra
e si lancia nel vuoto, sola, contro l’asfalto;
è una ragazza disinvolta che si cala le mutande
davanti a tutti perché non conosce la vergogna
di un gesto naturale;
è una vecchia impaziente che si prepara
per il primo appuntamento col marito
che è già sotto terra;
la follia è un ragazzo che piange
perché fa freddo sulla luna;
è un uomo arrabbiato che tira colpi al tuo portone
perché vuole entrare in casa sua;
è un vecchio spaventato che urla
perché stanno arrivando i tedeschi
e ti nasconde giù in cantina.
La follia è un mondo parallelo
che ti accompagna e ti soggioga,
è la dimensione dove l’impossibile diventa quotidiano
e lo sberleffo altrui è solo crudeltà aggiunta
a un cielo che non avrà mai un sole giallo.

Del tempo e delle ore

Questo non il tempo delle ipotesi
o dei congiuntivi in cui si affacciano
condizioni ormai perse nel vuoto
e non è l’ora delle attese e dei ‘farò’,
ma quella dei sussulti primordiali
di un addome su cui tenere i palmi
per sentire se ancora c’è vita
lì in fondo, dove regna il nichilismo.

Punto e a capo

Mentre cerco un punto esclamativo
sono già alla fine di un paragrafo
che non ho mai scritto e,
senza aver messo le ‘a’ dei sospiri
o le ‘u’ della meraviglia,
devo apporre un punto e
andare a capo
per iniziarne uno nuovo
che avrà le ‘g’ dei tuoi gomiti chiusi
e le ‘s’ dei miei singhiozzi invisibili
quando mi chiederai come sto;
così nascondendo in tasca
tutte le ‘b’ dei baci sulla tua bocca,
riempirò un taccuino di ‘elle’
di lavori e lotte quotidiane
che mi riportano
ancora a riscrivere il titolo
di un libro senza fine né fini.

Io sono quella

Io sono quella che lacrima sangue
dalla ferita che non trova cura,
sono quel vortice che si srotola
e si avvolge nella danza dell’inerzia;

io sono quell’urlo vuoto che si siede in gola
mentre il mio corpo imita la vita perché
sono solo lo spasmo asettico che sfiora il silenzio
con l’alito del domani non previsto.

Invisibile

Come un insetto del legno
ti sento mordere sotto la calotta.
Se tu fossi bruco, di mille odori pittore,
io mi schiuderei nel sapore di te
ma sei una larva cieca
che divora per sete
lasciandomi infine
impalpabile.

Misure relative

Con un metro rosso valuto le grevi orme:
91 cm quadri opprimono la brace
negandole olfatto oltre la spessa cupola
di pavide coltri, mentre incaute
le iridi volte ai cirri invocano tuttora
la bora.

Gli abissi

Gli abissi hanno un fondo elastico:
il corpo continua a scendere
e mai si stempera l’aria
nei luoghi dell’oblio altrui
dove neppure tu ti vedi…

Il mare e il cielo (senza bagni di folla)¹

Da bambina credevo che al mare non piovesse mai. L’acqua c’è già! Non ne serve altra. Una questione di equilibrio, di ripartizione equa tra terra e acqua. Immaginavo che potesse piovere ovunque: sui monti, in pianura, ma al mare, no! Come può esserci acqua sopra e acqua sotto? Non ci sarebbe ordine. È inconcepibile! Eppure è così. Piove anche sul mare. Ho dovuto accettarlo e comprendere che le nuvole in cielo non possono dispensare l’acqua solo sul terreno che ne ha bisogno, ma devono restituire al mare quella che hanno preso in prestito. Sì, il mare è una sorta di istituto di credito che cede l’acqua all’aria per poi vederla restituita e lo fa con la pazienza delle madri e senza pretendere interessi o qualsivoglia garanzia. Il mare è un essere fiducioso e laborioso; talvolta ha un carattere difficile, sa però come farsi perdonare. Il mio anelito di equilibrio è dunque pago e non vedo questa massa d’acqua come una creatura ingorda che, pur avendo molto, vuole dell’altro. È lì, a disposizione di tutti quelli che vogliono annusarne gli odori, sentirne la brezza dell’alba, toccarne i fondali e ritornare in superficie. Riemergere è come venire al mondo perché l’acqua possiede un incredibile potere catartico. Peccato però che rinasciamo sempre nello stesso luogo. Sarebbe meraviglioso potersi immergere e sbucare dall’altro capo della terra. Trovarsi improvvisamente in Australia, in Patagonia, in Alaska e poter iniziare tutto daccapo. Sì, voglio provarci ora. E dove rinasco? Avrò la stessa età o potrei chiedere uno sconto? Posso rinascere e avere gli anni che voglio o addirittura ritrovarmi in fasce? Posso scegliere il carattere dei miei genitori e il numero di fratelli? In questo modo nulla sarebbe affidato al caso, ma tutto sarebbe ordinato e predisposto, finanche le bufere o, forse, quelle no? Agli imprevisti non avevo pensato, lo confesso, e neppure al fatto che si tratta comunque di un viaggio di sola andata, proprio come tutte le altre vite. Sì, cari amici, qualcuno ci ha dato un biglietto di sola andata con tanti porti intermedi. Dobbiamo solo capire in quale ci conviene attraccare e quale dobbiamo ignorare. E io, oggi, voglio raccontarvi dei miei moli e dei miei viaggi.

Molti anni fa, dopo una lunga navigazione, decisi di fermarmi in un meraviglioso porto soleggiato e ignorai la forte bora che stava per sopraggiungere. Il sole mi accarezzava dolcemente la pelle e pensai che i forti raggi mi avrebbero scaldato anche dalla tormenta più burrascosa. Non avevo pensato che a volte il sole si può nascondere dietro le nubi e a nulla valsero i miei pugni stretti o la forza delle mie braccia. Di notte mi ritrovai catapultata su un’imbarcazione con una stiva vuota e le luci spente. Ebbi paura e piansi come una bambina, quella stessa bambina che non capiva perché dovesse piovere sul mare. Perché mai il buio totale? Non bastava la notte? Perché mi veniva negata anche la più flebile luce? All’improvviso un forte fulmine mi permise di raggiungere una cabina con gente che urlava e piangeva disperatamente. Li riconobbi. Alcuni di loro avevano spinto le nubi sul mio sole ma feci finta di non ricordare e restai con loro perché erano più spaventati di me. Ci trascinammo così verso il ponte e non appena gli animi furono sollevati, scegliemmo i nostri prossimi porti. Nel mio c’era un fantastico Carnevale, dove finalmente potevo essere quella che non ero stata fino a quel momento. Il luogo sembrava una sorta di sala prove, dove tutto era ancora possibile. Lo spettacolo però non ebbe luogo e frettolosamente mi imbarcai su un traghetto veloce per cercare quel porto di cui avevo tanto sentito parlare. Non ne ricordo il nome, o forse non l’aveva. Sapevo solo che lì c’era il grande magazzino dei sogni smarriti. Tutti i viaggiatori potevano fermarsi e provare a recuperarli. Io volli fortemente scendere lì e invitai tutti a seguirmi. Molti lo fecero, ma alcuni ci pregarono di fare attenzione perché avevano saputo di persone rimaste per tutta la vita sul molo in attesa di un capitano che permettesse loro di salire a bordo, di altre rimaste incantate a guardare i sogni degli altri rinunciando per sempre alla loro vita, o di altre ancora che non avevano trovato nulla sotto la carta dorata dei fastosi pacchi. Tutte dicerie! Il mio pacco io lo volevo e quindi scesi con altri viaggiatori. All’ingresso del magazzino trovammo scatoloni di tutte le fogge e confezionati a regola d’arte. Il mio era perfetto se non fosse stato per il fatto che aveva molti strati di carta dorata. Passai tutto il giorno ad aprirlo e solo a notte fonda mi accorsi che nel pacco non c’era nulla. Iniziai a pensare che forse avevano ragione i compagni di viaggio. Forse non sarei dovuta scendere lì, ma ormai c’ero e cercavo di capire se fra uno strato di carta e un altro ci fosse un tesoro nascosto. Nulla! La carta era dorata solo all’esterno, mentre all’interno era ruvida e sporca di colla. Come avevano potuto confezionare un pacco in quel modo? Sembrava il migliore del mondo e invece macchiava i vestiti e graffiava le mani. Decisi di non perdermi d’animo e corsi al molo. Cercai di imbarcarmi sulla prima nave, ma stava già salpando. Ne aspettai a lungo un’altra dove mi fu chiesto un sovrapprezzo. Acquistai comunque il biglietto e lo tenni stretto fra le mani durante tutto il viaggio fino al primo porto dove scesi per cercare di prender fiato. La nave non avrebbe ripreso il largo prima dell’indomani. Mi sedetti su una panchina, chiusi gli occhi e iniziai a respirare a pieni polmoni. Sentii urlare il mio nome, ma non mi voltai perché non volevo essere riconosciuta. Una mano si poggiò sulla mia spalla e dovetti aprire gli occhi. Di fronte avevo un uomo alto e corpulento che pronunciò il mio nome chiedendomi di seguirlo. Era un agente di polizia e mi condusse in una caserma dove, dopo avermi fatto accomodare, mi chiese se riconoscevo l’oggetto che mi indicò con la mano. Si trattava del pacco dei sogni perduti. Gli raccontai l’accaduto e mi disse che quel pacco era mio e non potevo disfarmene in quel modo ma che avrei dovuto consegnarlo alla discarica adibita a quel tipo di oggetti. Dovevo riprenderlo con me e cercare il luogo e il modo per liberarmene in maniera corretta. Il pacco divenne così il mio compagno di viaggio e in ogni porto, in cui attraccava la nave da crociera su cui mi ero imbarcata, dovevo mettermi alla ricerca dell’isola verde per il recupero e lo smaltimento di quel pesante fardello. A ogni sosta mi veniva concesso di eliminare solo uno degli strati che avvolgevano il pacco e così persi il conto dei moli e degli strati finché un giorno mi ritrovai fra le mani il solo contenitore. A quel punto capii che potevo facilmente disfarmi di quanto era rimasto, ma mentre pensavo a questo, mi si avvicinò un marinaio che mi chiese se poteva prendere il pacco per poterlo utilizzare. Per cosa? Come? Temevo che il pacco finisse nelle mani sbagliate o, peggio ancora, potesse essere riconsegnato al magazzino dei sogni. Gliene domandai la ragione. Mi spiegò che quel cartone legnoso era molto resistente e avrebbe scaldato qualcuno che aveva bisogno di calore. Potevo fidarmi? Preferii non farlo e volli io stessa dar fuoco a quella struttura vuota e fredda ma non avevo fiammiferi né altro. Ci venne incontro un altro marinaio che era sceso a portar da mangiare a dei cani che vagavano di notte sulle banchine e, così, quella cassa inerme e inutile che aveva reso fredda la parte più genuina di me, servì a scaldare una nidiata di cuccioli e altri cani che stazionavano sul molo. Per un istante, l’ordine era ristabilito. Un istante e subito dopo si udì la sirena della nave che annunciava l’imminente partenza. Dovevo ripartire e quindi abbandonare il temporaneo assetto delle cose. Mi sentii impotente dinanzi al caos dell’universo e, presa dallo sconforto, iniziai a piangere. I marinai che non mi avevano mai visto in quello stato, mi chiesero se stessi male. Certo che stavo male. Come si potevano lasciare lì degli esseri che non avrebbero avuto nulla da mangiare? Mi rassicurarono che l’indomani mattina sarebbe giunta un’altra nave con altri marinai che avrebbero provveduto a sfamarli. E l’amore? Erano forse esenti da questo sentimento. Il marinaio mi asciugò le lacrime e mi disse che avevo fatto quanto era nelle mie possibilità e altrettanto si sarebbero adoperati altri. E se questi ultimi non avessero fatto nulla? Il marinaio mi sorrise e mi disse che non potevo cambiare il corso delle cose ma che ogni qualvolta ne avessi avuto l’opportunità avrei dovuto offrire il mio aiuto.
Quel giorno capii che ogni persona deve dare quel che può. Anche una sola goccia è importante nel mare della vita di un essere e per colmare la siccità di quelli che non ne dispensano neppure una possiamo versarne due e cercare così di riportare l’equilibrio nel mondo delle disparità durante il lungo viaggio della vita.

Oggi al mare piove e so che l’acqua ritornerà presto verso l’alto. Prendo un catino per portarne un po’ dove la terra è grulla, ma non riuscirò a bagnarla tutta. Chi di voi mi dà una mano?

 

¹⎮titolo liberamente “aspirato” dal blog di Erno

Sto

Sto stirando gli spigoli.
Sono tondi e gonfi, ora
e non ho spilli
sul cranio asciutto.
Sto tendendo l’addome
che ancora li sente
mentre acclama l’anarchia.

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