Sine titulo

25/08/2009

Guarda!
Questa sono io:
un’ape inoperosa
che muove le zampette
e scuote le ali.
Nessun barattolo
per questo miele
che evapora
nel cielo di cenere.

Da bambina credevo che al mare non piovesse mai. L’acqua c’è già! Non ne serve altra. Una questione di equlibrio, di ripartizione equa tra terra e acqua. Immaginavo che potesse piovere ovunque, sui monti, in pianura, ma al mare, no. Come fa ad esserci acqua sopra e acqua sotto? Non ci sarebbe ordine. È inconcepibile. Eppure è così. Piove anche sul mare. Ho dovuto accettarlo e comprendere che le nuvole in cielo non possono dispensare l’acqua solo sul terreno che ne ha bisogno, ma devono restituire al mare quella che hanno preso in prestito. Sì, il mare è una sorta di istituto di credito che cede l’acqua all’aria per poi riaverla indietro. E lo fa con la pazienza delle madri e senza pretendere interessi o qualsivoglia garanzia. Il mare è un essere fiducioso e laborioso; talvolta ha un carattere difficile, però sa come farsi perdonare. Il mio anelito di equilibrio è dunque pago e non vedo il mare come una creatura ingorda che, pur avendo molto, vuole dell’altro. È lì, a disposizione di tutti coloro che vogliono annusare i suoi odori, sentire la brezza dell’alba e lasciarsi cullare delle onde. Immergersi è come venire al mondo. Una distesa d’acqua ha un incredibile potere catartico. Peccato che rinasciamo sempre nello stesso mondo. Sarebbe meraviglioso potersi immergere e sbucare all’altro capo della terra. Trovarsi improvvisamente in Australia, in Patagonia, in Alaska e poter iniziare tutto daccapo. Sì, voglio provarci ora. E dove rinasco? Avrò la stessa età o potrei chiedere uno sconto? Posso rinascere all’eta che voglio o ancora in fasce? Posso scegliere il carattere dei miei genitori e il numero di fratelli. Nulla sarebbe affidato al caso. Tutto sarebbe ordinato e predisposto, finanche le bufere o, forse, quelle no? Agli imprevisti non avevo pensato, lo confesso! E neppure al fatto che si tratta di un viaggio di sola andata. Proprio come tutte le altre vite. Sì, cari amici, qualcuno ci ha dato un biglietto di sola andata con tanti porti intermedi. Dobbiamo solo capire in quale ci conviene attraccare e quale dobbiamo ignorare. Molti anni fa decisi di fermarmi in un meraviglioso porto soleggiato e ignorai la forte bora che stava per sopraggiungere. Il sole mi accarezzava dolcemente la pelle e pensai che i suoi forti raggi mi avrebbero scaldato anche dalla tormenta più burrascosa. Non avevo pensato che a volte il sole si può nascondere dietro le nubi e a nulla valsero i miei pugni stretti o la forza delle mie braccia. Di notte fui catapultata in un’imbarcazione, in una stiva vuota con le luci spente. Ebbi paura e piansi come una bambina, quella stessa bambina che non capiva perché dovesse piovere sul mare. Perché il buio totale? Non bastava la notte? Perché mi veniva negata anche la pià flebile luce? All’improvviso un forte fulmine mi permise di raggiungere una cabina con gente che urlava e piangeva disperatamente. Li riconosco. Alcuni di loro hanno spinto le nubi del mio sole. Faccio finta di non ricordare e resto con loro. Erano più spaventati di me e non potevo andar via. Ci trascinammo così verso il ponte e non appena gli animi furono sollevati, scegliemmo i nostri prossimi porti. Nel mio c’era un fantastico Carnevale, dove finalmente potevo essere quella che non ero o quella che non apparivo, ma, in realtà, ero. Il luogo sembrava una sorta di dietro le quinte, una specie di sala prove, dove tutto è ancora possibile. Lo spettacolo però non riuscì e frettolosamente mi imbarcai su un traghetto veloce per cercare quel porto di cui avevo tanto sentito parlare. Non ricordo il nome, o forse non l’aveva, sapevo solo che lì c’era un grande magazzino di sogni smarriti. Tutti i viaggiatori potevano scendere e provare a recuperarli. Sì, voglio scendere qui. Invitai tutti a seguirmi. Molti lo fecero, ma alcuni ci pregarono di stare attenti. Sapevano di persone rimaste per tutta la vita sul molo in attesa di un capitano che permettesse loro di salire, di altre rimaste incantate a guardare i sogni degli altri rinunciando per sempre alla loro vita, o di altre ancora che non avevano trovato nulla sotto la carta dorata dei fastosi pacchi. Tutte dicerie! Bisogna provare! E, io, il mio pacco, lo voglio! Scesi con altri fiduciosi e all’ingresso del magazzino trovammo scatoloni di tutte le fogge e confezionati a regola d’arte. Il mio era perfetto se non fosse stato per il fatto che aveva molto strati di carta dorata. Passai tutto il giorno ad aprirlo e solo a notte fonda mi accorsi che nel pacco non c’era nulla. Forse avevano ragione i compagni di viaggio che erano sul treno. Forse non sarei dovuta scendere qui. Ormai ci sono e cerco di capire se fra uno strato di carta e un altro è nascosto un tesoro. Nulla. La carta è dorata solo all’esterno. All’interno è sporca di colla e ruvida. Ma come si può confezionare un pacco in questo modo? Sembra il migliore del mondo e poi macchia i vestiti e graffia le mani. Decisi di non perdermi d’animo e corsi al molo. Cercai di imbarcarmi sulla prima nave, ma stava già salpando. Aspettai a lungo un’altra nave, dove mi fu chiesto un sovrapprezzo sul costo del biglietto. Lo presi comunque cercando di ripulirmi le mani. Al porto successivo scesi e cercai di prender fiato. Un uomo alto e grosso mi chiamò per nome. Mi chiese di seguirlo. Era un agente di polizia e dopo avermi fatto accomodare, mi chiese se riconoscevo un oggetto che mi indicò con la mano. Si trattava del pacco dei sogni perduti. Gli raccontai l’accaduto e mi disse che quel pacco era mio e non potevo disfarmene in quel modo. Avrei dovuto consegnarlo alla discarica adibita a quel tipo di oggetti. Questo tipo di pacco non può essere lasciato in giro. Dovevo riprenderlo e cercare il luogo e il modo per disfarmene in maniera corretta. Il pacco divenne il mio compagno di viaggio e in ogni porto, in cui attraccava la nave da crociera su cui mi ero imbarcata, dovevo mettermi alla ricerca dell’isola verde per il recupero e smaltimento del pesante fardello. Ad ogni molo a cui attraccavamo, mi veniva concesso di eliminare uno degli strati che avvolgevano il pacco. Persi il conto dei porti e degli strati finché un giorno mi ritrovai fra le mani il solo contenitore. Pensai che in questo modo mi sarei potuta facilmente disfare dell’ingombro, ma mentre pensavo a questo, mi si avvicinò un marinaio che mi chiese se poteva prendere il pacco per poterlo utilizzare. Che vorrà farci? Temevo che il pacco andasse nelle mani sbagliate e potesse essere riconsegnato al porto dei sogni. Mi spiegò che quel cartone legnoso era molto resistente e avrebbe scaldato qualcuno che aveva bisogno di calore. Posso fidarmi? Preferii non farlo e volli io stessa dar fuoco a quella struttura vuota e fredda. Ma non ho fiammiferi o altro? Ci tolse dall’impiccio l’arrivo di un altro marinaio che era sceso a portar da mangiare a dei cani abbandonati che vagano di notte sulle banchine. E così quella cassa inerme e inutile che aveva reso fredda la parte più genuina di me, servì a scaldare una nidiata di cuccioli e altri cani che vagavano sul molo. Per un attimo, ma solo per un attimo, l’ordine era ristabilito. La sirena della nave annunciò la nostra imminente partenza e di corsa lasciammo il molo e il temporaneo assetto delle cose. Mi sentii impotente dinanzi al caos dell’universo e, presa dallo sconforto, iniziai a piangere. I marinai che non mi avevano mai visto in quello stato, mi chiesero se stessi male. Certo che sto male. Come si fa a lasciare lì degli esseri che domani non avranno da mangiare? Mi rassicurarono che l’indomani mattina sarebbe giunta in quel porto un’altra nave e altri marinai avrebbero provveduto a sfamarli. E l’amore? Loro hanno bisogno d’amore proprio come noi. Hanno bisogno di cure, di attenzioni, di carezze. Il marinaio mi asciugò le lacrime e mi disse che avevo fatto quanto era nelle mie possibilità e così avrebbero fatto anche gli altri. Ogni persona deve dare quel che può. Anche una sola goccia è importante nel mare della vita di un essere. E come si fa a colmare la siccità di quelli che non dispensano neppure una goccia? Mi sorrise e mi disse che ogni qualvolta ne avessi avuto l’opportunità avrei dovuto versare due gocce invece di una e così avrebbero fatto anche molti altri per cercare di riportare l’equilibrio nel mondo delle disparità perché è l’unico mezzo a nostra disposizione, nel lungo viaggio della vita.
Oggi al mare piove e so che l’acqua ritornerà presto verso l’alto da sola. Prendo un catino per portarla dove la terra è grulla. Non riuscirò però a mettere ordine al caos. Chi di voi mi dà una mano?

¹⎮titolo liberamente “aspirato” dal blog di Erno

Un’aria ferrosa
inonda il buio
dell’incoscienza
e nulla appare
perduto
fino all’abisso
che si squarcia all’aurora
del giorno
della luna di ruggine.

Sto

19/05/2009

Sto stirando gli spigoli.
Sono tondi e gonfi, ora
e non ho spilli
sul cranio asciutto.
Sto tendendo l’addome
che ancora li sente
mentre acclama l’anarchia.

Sai quella smania

14/05/2009

Sai quella smania
che mi assale sovente la sera
e non mi lascia
fino all’aurora seguente?
La sento scorrere nelle vene bianche
che pulsano ancora
ma erano rosse un tempo.

Vedi queste linee
che solcano la pelle?
Una è spuntata
svelando il mistero
e si è incastonata sulla fronte.
Resta lì stretta tra le tempie.

Figuranti

19/04/2009

I saltimbanchi dalle nove vite
col poliedrico repertorio
fanno il tutto esaurito
in cambio di una sola X;
accanto agli eroi di carta intrisa
di inchiostro simpatico
tirano fili su segni e disegni
di un utopico quotidiano
e imposizioni di flebo.
Con il plasma acceso
e il cuore disconnesso
saliamo tutti sulla giostra
per l’ultimo giro.

Il passato remoto

07/04/2009

Il passato remoto
non è un venni, andai o feci,
ma una scheggia impazzita
incagliata nel presente.

Gazza

02/04/2009

Tacciata di stranezza
cercavo una finestra d’aprire
per respirare azzurre verbene;
abbassavo le palpebre
e l’olezzo giungeva puntuale
reciso dalla maschera di cinciallegra
che mi invitava ad alzare le accigliate imposte.
Mi lasciavo sedurre, cedevo al canto…
Ruba ancora onice la gazza.

Metamorfosi

29/03/2009

Ehi Capitano,
ricordi quando mi spezzasti i remi?
Sì, lo so che sei stato in America,
in Asia e anche in Giappone,
ma non ti chiami Cristoforo e neppure Amerigo.
Sei Francis l’orbo se non vedi
la mia pinna che guizza.

Avrei dovuto dirti addio
quando il tuo sorriso era una lama
che sprofondava
nel mio petto disarmato
e le tue mani papaveri carnivori
dal sapore dolciastro,
quando le tue pupille luccicavano
secche e profonde
e la tua pelle sapeva di sandalo.
Ricordi?
Le pareti non avevano crepe
e i cuscini erano sgualciti al punto giusto.
Sì, avrei dovuto dirtelo allora…
prima che iniziasse la discesa.

Rose di sole spine
tra crepe aperte di cicatrici
invisibili e latenti
rammentano un’estate trascorsa
di desii elisi.
Rimorsi sterili, pensieri vani
abitano una memoria rimossa
e un desolato presente.
Percorsi labirintici privi di fili
riconducono al punto di inizio
che è termine senza porto.

Petali

18/02/2009

Non sono questi i petali che anelo.
Li ho seminati con la mia viltà
questi steli setosi e delicati
con tenui sfumature e semi spenti.
Li sistemo in un angolo all’ombra.

Al centro del tavolo voglio
un irto e rosso virgulto,
colore sprezzante e profumo pungente
per sentire sotto le dita il nervo
e assoporare lo spasmo.

Attesa

12/01/2009

Sabbia impalpabile
ha la clessidra
del tempo diluito:
pigri grani di arena
profilici della stasi
di un limbo che è inferno.

Stasi

18/12/2008

La spessa banchisa
ritarda l’approdo
al porto delle nebbie;
guardando l’albatro
tra massi staccati,
in attesa del solstizio,
agito la clessidra.

Preludio (Grave)

03/12/2008

Domani delle somme che
Respingiamo come una
Minaccia molesta; una
Fatica immane richiederebbe
Sollevare le braccia e non
Lasciar cadere l’amore che
Si tiene a stento.

Sette crisantemi

03/12/2008

Sette crisantemi ho seminato
nel campo ove non attecchirono
le rose. Nove lune servono
per vederli schiudere.

Saranno colmi di semi
di mestizia e ornati
di tenui petali. Senza
pungermi, potrò toccarli.

Stelle

02/12/2008

Mille fori neri hanno preso
il loro posto. Erano lì,
ridenti e ben aggrappate
a quella volta.

Furtive, son cadute una
ad una e, ripiegando
all’unisono le punte,
si sono oscurate.

Mura oblunghe
mungono le nubi
del cinereo cielo
di Wall Street
che succhia sangue
e vomita metallo,
tira i fili e capovolge la terra,
divora i figli suoi
e partorisce mostri.
Baldanzoso si erge
su zoccoli taurini
sollevando mulinelli
che mutano in uragani
e,  in drappi orientali avvolti,
solcano lande e acque,
cavalcando un’anomala onda
governata, non dalla mano
di un cesare,
ma da un solo
indice.

L’incantatore

04/11/2008

Non ricordo più
cosa mi dicesti
per rubarmi il senno
e impadronirti
dei mio cuore.
Parole d’oro
mi sussurravi
con la tua voce
ammaliatrice.
E, su un prato fiorito
e sotto un cielo
ingemmato, ti amai
come un’ancella
occidentale
ornandoti il capo
d’odoroso alloro.
Ma in questa notte
insonne
senza te
la luna strappata
mi serve il conto
e devo darle tutte
le stelle.

Vita

27/10/2008

Tessere sparse
e disperse a terra,
disposte una accanto all’altra
per trovare un segno che unisca
questo puzzle incompleto
dettato da un caso bislacco;
pezzi di case
che non combaciano,
di quelle che ho abitato
e di quelle che mi hanno vista
ostaggio;
frammenti di vedute
da finestre sbarrate
che non ho saputo aprire;
lancette precise
di orologi indossati
per troppo poco tempo
ormai ferme al polso
di quella
che potevo essere.